Prima di entrare in SIUA e, quindi, prima di iniziare a studiare da vicino e in prima persona i cardini dell'approccio pedagogico (o cognitivo zooantropologico) ero convinta come tanti che questo fosse semplicemente un nome alternativo al così detto metodo gentile. Ero convinta che fosse un modo di chiamare con nomi diversi (magari più astrusi) un modo di educare il cane e di lavorare sul cane che avevo già incontrato: rifiuto della coercizione e delle punizioni fisiche e rinforzo dei comportamenti positivi o desiderabili attraverso degli stimoli così detti appetitivi, ovvero premi in forma di bocconci prelibati o gioco.
Quando sono arrivata in SIUA non ero esattamente una novellina: avevo già fatto dei percorsi formativi per cui mi erano chiarissimi concetti come segnale, comunicazione non verbale, punizione, premio, attenzione del cane, controllo, su queste cose non potevo ingannarmi. Eppure, sin dalla primissima lezione mi è stato subito chiaro che ero di fronte a qualcosa di diverso da tutto quello che avevo imparato fino ad allora.
L'elemento centrale della diversità tra l'approccio pedagogico e il metodo gentile è il focus che viene posto nello sviluppo della relazione con tra uomo e cane e, con esso, l'attitudine del cane a collaborare nell'ambito della sua vita accanto al suo umano di riferimento.
La cinofilia tradizionale "non coercitiva" punta a creare un bagaglio di segnali (o comandi) resi noti al cane attraverso un training progressivo e a disposizione del proprietario in tutte quelle situazioni in cui il proprietario abbia bisogno di dire al cane cosa fare, ovvero abbia bisogno di tenerlo "sotto controllo". Così, ad esempio, per insegnargli ad obbedire al comando "seduto" in maniera affidabile, glielo insegnerò prima in casa, poi in giardino, poi in strada, poi in una piazza, renderò il contesto sempre più complesso e sempre più vario in modo che il cane impari che "seduto", vuol dire sempre mettersi col treno posteriore a terra, qualunque sia il contesto in cui è inserito.
Nell'approccio cognitivo-zooantropologico, invece, si parte da ben altro punto di vista. Il comando "seduto" non è qualcosa che arriva dall'alto sulla testa del cane e a cui questi risponde perché è stato condizionato a farlo in contesti progressivamente più complessi. Prima di questo, molto prima di questo, c'è la cura della relazione con il proprietario, c'è un enorme lavoro di accreditamento, di acquisizione della fiducia del cane da parte del proprietario e della sviluppo della sua voglia di lavorare insieme, di fare delle attività insieme, di porsi sullo stesso livello dialogico mentre il resto del mondo sparisce perché fare le cose insieme è la migliore delle scelte che il cane possa fare (e che è libero di fare). In questi termini, ottenere che il cane "faccia il seduto" in qualunque contesto non è un punto di partenza ma è un punto di arrivo! Attraverso lo sviluppo delle sue doti collaborative ed affiliative che lo portano in maniera assolutamente spontanea e non condizionata a voler seguire le indicazioni del proprietario, arrivare ad insegnare al cane il "seduto" diventa una questione comunicativa tra cane e proprietario, non più addestrativa. Il proprietario non ha bisogno di condizionare il cane in molteplici contesti per avere una risposta neutra ed affidabile perché l'affidabilità sarà data dalla volontà spontanea del cane di seguire delle indicazioni che il proprietario-guida, accreditatosi nel frattempo attraverso una serie di attività pedagogiche ad hoc, avrà comunicato in maniera semplice ed intellegibile usando il linguaggio del corpo.
La centralità non è più la moltitudine di contesti ma il livello di complicità raggiunta tra uomo e cane.
In altre parole, il fatto che il cane esegua un qualunque comando non è il risultato di un condizionamento progressivo e perseguito a priori ma la conseguenza di una sua attitudine a lasciarsi guidare, sviluppata tramite opportune attività pedagogiche atte a costruire un patto comunicativo e collaborativo con il suo umano di riferimento, patto che prescinderà - se non nella fase didattica - dalla presenza di un premio fisico o dall'aspettativa dello stesso. Nell'approccio CZ la relazione non è il risultato del solo training addestrativo (ovvero non è ciò che si ottiene perché si è lavorato sul cane insegnandogli dei comandi per controllarne il comportamento) ma, semmai, è il training, e soprattutto l'attitudine del cane a seguirlo di buon grando, ad essere il risultato di una relazione equilibrata e ricca!
Questo modo di concepire l'educazione cinofila ribalta completamente non solo i percorsi educativi (improntati, appunto, su attività da svolgere insieme, non su un set precostituito di comandi di controllo da acquisire e fissare) ma anche la concezione del cane e il modo di vivere il cane perché mette al centro del binomio uomo-animale non l'esigenza di "controllarlo" ma il piacere di dialogarci, di lasciarlo libero di scegliere in ogni situazione quale comportamento emettere pur guidandolo nella direzione di concertazione e collaborazione con il proprio umano, il che richiede un substrato di enorme fiducia e stima reciproche.
Tutto questo è molto più che premiare il cane con dei bocconcini al fine di modellarne il comportamento. E' riconoscergli un'identità, una volontà, uno spazio vitale, è lasciarlo libero di compiere delle scelte con la fiducia che progressivamente metterà noi nel centro del suo mondo, se sapremo noi per primi mettere lui al centro del nostro. E' uno scambio, mai un controllo né un'imposizione, è uno sforzo non solo del cane di seguire le nostre indicazioni ma anche e soprattutto nostro di entrare in empatia con lui, di sentirlo un'entità dialogica, al nostro stesso livello e degno dello stesso rispetto e considerazione che avremmo per un nostro simile.
So che nel mondo della cinofilìa italiana, molti guardano all'approccio cognitivo-zooantropologico con lo sdegno tipico di chi crede di non avere nulla da imparare. E so per certo che, proprio come accadeva a me, molti detrattori sono guidati da idee approssimative o addirittura pregiudizi personali, più che da una reale e diretta conoscenza della materia che prescinde dalla lettura di qualche libro e dai passaparola. A tutti non posso che dire provare per credere: come diceva Goethe, "abbiamo occhi per quel che conosciamo" e, dunque, per comprendere il reale valore delle cose è necessario conoscerle da vicino, immergercisi, toccarle "con mano", per vederle realmente per quel che sono.



