A lezione di domesticazione e di selezione del gatto

Un'intervista alla Prof.ssa Leslie Lyons, intervenuta al Terzo seminario del Maine Coon Club

Di Sonia Campa


Leslie LyonsIl 17 Gennaio 2010, presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano, si è tenuto il terzo seminario organizzato dal Maine Coon Club e quest’anno l’evento ha visto la partecipazione di un’ospite davvero d’eccezione e di spessore. Al Presidente Enrico Figini, infatti, va riconosciuto il merito di aver coinvolto come speaker la Prof.ssa Leslie Lyons, professore associato di genetica presso la UC Davis School of Veterinary Medicine di Pittsburgh, una genetista da anni impegnata nello studio della genetica degli animali da compagnia (cani, gatti, cavalli) e dei primati (quindi dell’uomo), soprattutto per quanto riguarda l’individuazione e lo sviluppo delle malattie genetiche e, più recentemente, la storia della domesticazione del gatto.

E’ stato un incontro abbastanza unico nel suo genere, non solo perché la dottoressa, insieme ad un team di ricercatori e veterinari afferenti all’Osservatorio dell’HCM (tra cui i ben noti Prof. Maria Longeri e il Dott. Paolo Ferrari), ha avuto modo di ribadire il ruolo fondamentale che gli screening ecocardiografici e genetici hanno nell’individuazione dei soggetti portatori di cardiomiopatia ipertrofica, ma soprattutto perché incontrare uno scienziato in grado di parlare con competenza e profondità di un tema ancora poco conosciuto come la domesticazione del gatto (e delle sue influenze odierne) non è cosa da tutti i giorni.
Per tre ore, l’attenzione della platea di allevatori, veterinari, etologi e semplici proprietari di gatti è stata focalizzata su tre tematiche: la genetica delle popolazioni nel gatto, la genetica dei colori e le malattie a trasmissione ereditaria (con particolare riferimento a HCM, PKD, PRA) e FIP.
La Professoressa Lyons, incontrata dopo il suo intervento, ha risposto ad alcune mie domande:

Professoressa, quali sono, se ci sono, le principali differenze a livello comportamentale tra un gatto selezionato dall’uomo ed un gatto frutto di incroci casuali?

La selezione del gatto ha portato ad avere, nell’ambito di una stessa razza, degli individui dal comportamento più prevedibile, più uniforme. Il fatto che oggi si possa dire che un gatto di una razza si comporti tendenzialmente in un certo modo è dovuto, in realtà, ad una questione probabilistica legata alla direzione assunta dalla selezione di quella razza. L’aspetto positivo di ciò è che una persona può scegliere un gatto in base al proprio stile di vita: se vorrà un individuo più calmo e pacioso sceglierà un persiano, se lo vorrà più chiacchierone e invadente un siamese od un orientale, senza trascurare, tuttavia, le differenze individuali. Non si può escludere, infatti, che in molti persiani l’estrema tolleranza ad essere toelettati, massaggiati, manipolati per lungo tempo sia un effetto dell’abitudine, e non di un carattere realmente più mansueto ed arrendevole.

Durante la sua dissertazione abbiamo potuto capire che la domesticazione del gatto, il passaggio dunque da specie selvatica a specie affiliata all’uomo, possa aver preso origine da tre o forse quattro aree geografiche distinte. E’ presumibile pensare che le differenze comportamentali tra razze, dipendano dall’area in cui i progenitori hanno iniziato il processo di domesticazione? Ad esempio, un maine coon è molto più simile ad un norvegese che ad un orientale o un devon rex, così come un certosino ricorda più un europeo che non un siberiano…

Certamente sì, ci sono delle razze che si somigliano e che hanno in comune alcune caratteristiche ma a ben guardare esistono anche alcune eccezioni: i burmesi, ad esempio, originari dell’area asiatica, non sono chiacchieroni quanto siamesi ed orientali, provenienti dalla stessa area. Ad ogni modo, in termini generali, si può sicuramente individuare un parallelismo tra razze e origini geografiche.

Ci sono razze “a rischio”, ossia razze nella cui selezione l’uomo farebbe bene a fare un “passo indietro”?

Purtroppo sì, bisogna fare molta attenzione con questa tendenza a selezionare tipi sempre più estremi, in tutte le razze. Il tipo estremo piace perché vince nelle esposizioni ma nel tempo abbiamo potuto verificare come razze selezionate per avere, ad esempio, zampe lunghe, tendano ad avere poi problemi di salute a livello di articolazione del gomito; le razze brachicefale (persiani ed esotici in testa) hanno seri problemi mandibolari e di lacrimazione a causa dell’eccessiva brevità (o persino assenza!) del setto nasale. E’ necessario che gli allevatori e le associazioni facciano uno sforzo congiunto per cambiare la spinta selettiva perché questi problemi non si risolveranno in poco tempo.

In altre parole, il breve incontro con la Professoressa, ci permette di fare alcune considerazioni sulla direzione della spinta selettiva odierna: la storia della domesticazione del gatto è lunga, estremamente lunga e risale a 9000 anni fa. In tutto questo tempo il gatto non è cambiato gran che dal punto di vista morfologico e comportamentale (le sue strategie di sopravvivenza sono rimaste le stesse) ma è riuscito a sviluppare la capacità di vivere accanto all’uomo senza temerlo e di tessere con lui un rapporto paritario e di mutuo soccorso (si pensi al ruolo fondamentale nei gatti nella salvaguardia dei granai e delle fattorie, ripagato con un giaciglio caldo nelle stalle in cui rifugiarsi e riprodursi).
Con la selezione artificiale l’uomo si prende la responsabilità di alterare un equilibrio evolutivo che si è rivelato vincente per ben 9000 anni, sulla base di preferenze esclusivamente morfologiche e lo fa provocando degli effetti reali, concreti sui gatti e osservabili nel giro di appena 150 anni, tanti sono gli anni di vita della selezione catofilia da parte dell’uomo. Finché questi effetti si tradurranno in caratteri più “prevedibili”, ovvero in gatti più socievoli, potremo dormire sonni tranquilli ma, forse, una maggiore attenzione dovrebbe essere spesa da parte di allevatori e associazioni feline ogni volta che la spinta selettiva rischi di compromettere la salute di una razza.
Speriamo che l’intervento in Italia di menti illuminate e, soprattutto, con autorevoli competenze scientifiche alle spalle, possano spingerci ad alzare la guardia e a fare riflessioni di questo genere sempre più spesso: del resto, si dovrebbe allevare per la tutela delle razze e dei gatti che le rappresentano.

(20 aprile 2010)


Cenni biografici

Leslie Lyons ha conseguito il Dottorato di Ricerca all’Università di Pittsburg occupandosi di genetica delle malattie ereditarie nell’uomo. Ha quindi iniziato la sua carriera ricoprendo una posizione post-dottorato presso il National Cancer Institute dove ha cominciato le sue ricerche nel campo della genetica del gatto domestico. La Prof. Lyons ha condotto negli anni studi su molte razze feline, in particolare Bengal e Burmese. Ha in corso progetti di studio delle basi genetiche dei colori dei mantelli, dei caratteri morfologici, e di alcune patologie soprattutto cardiache ed oculari. E’ molto impegnata nello sviluppo di “strumenti molecolari” che aiutino la ricerca attuale e futura sulle malattie ereditarie del gatto. Le sue ricerche nel gatto hanno portato all’identificazione delle mutazioni causative della Polycystic Kidney Disease, del Gruppo sanguigno e di numerosi colori del mantello. Si è anche occupata di origini della domesticazione del gatto e della dinamica e caratterizzazione delle razze feline.

Altro su Leslie Lyons

Science of cats, il documentario di National Geographic Channel in collaborazione con UC Davis (in inglese).