Punire il gatto (per educarlo?)

Sempre più spesso mi capita di leggere in giro per la rete opinioni riguardo l'educazione del gatto attraverso "sberlotti", "colpi sul muso", "schiaffetti". In altre parole, punizioni, ovvero somministrazione di stimoli avversativi con l'obiettivo di estinguere (cioè far cessare) un comportamento.
Sarà l'effetto Cesar Millan che ci sta convincendo che rapportarsi agli animali sia una questione di stabilire chi sia il capo, sarà quel brutto vizio di atteggiarci a integerrime "mamme" o glorifiche crocerossine ma questa tendenza mi spaventa non poco. E ritengo assolutamente necessario che si faccia chiarezza.

Prima di applicare una qualsiasi tecnica educativa (ammesso e non concesso che la punizione possa ritenersi tale), bisognerebbe domandarsi se è appropriata rispetto al soggetto che abbiamo davanti. Dare uno "sberlotto" sul muso, sul fianco, sul sedere di un gatto, cosa significa per un gatto? Davvero lo porta a non mettere più in atto il comportamento per cui viene punito?

La relazione tra il gatto ed il suo proprietario è un patto basato sulla fiducia. Il motivo per cui i gatti amano acciambellarsi vicino a noi, condividere del tempo, giocare, abbandonarsi tra le nostre braccia, non è dovuto alle ciotole che riempiamo loro e nemmeno ai giochi di cui li contorniamo. E' la fiducia che li fa legare a noi, la consapevolezza che la nostra compagnia susciti delle emozioni positive (tra le quali, sicuramente, è incluso anche il piacere di mangiare) al punto da desiderare di viverci a contatto.
Ma cosa si intende per fiducia? Il gatto è un animale solista, ovvero tende a risolvere i problemi da solo, non si coordina operativamente con un "branco" come potrebbe fare un lupo (infatti i gatti non sono animali da branco!); l'affiliazione ad un gruppo sociale (ovvero il piacere di convivere, di condividere, di co-esistere) non si basa su di una gerarchia da rispettare al vertice della quale c'è un "capo" che deve imporsi come tale ma è il risultato di una scelta che il micio rinnova ogni giorno e la rinnova, appunto, sulla base della fiducia instaurata con l'umano, fiducia che implica: assenza di minaccia, assenza di emozioni negative, assenza di malessere fisico, assenza di dolore. Quando anche solo una di queste componenti entra a far parte della relazione tra noi e un gatto (e uno sberlotto, un colpo sul muso, una spruzzata d'acqua, qualunque cosa faccia allontanare repentinamente da noi li gatto suscita emozioni negative quali la paura, il risentimento, la diffidenza, se non anche il terrore, anche se dati "bonariamente"), il patto di fiducia si rompe.
Perché il punto non è mai quale fosse la nostra intenzione nei confronti del gatto ma qual è la percezione che il gatto ha della nostra azione.

Usare le punizioni fisiche dirette (sberlotti, colpetti, interventi fisici) o indirette (spruzzini, urlacci) può portare ad avere un micio che, a forza di subirle, se colto in flagranza scappa quando ci vede arrivare, dandoci l'illusione che "ha capito, eh!"... ma, esattamente come accade per un bambino, scappare o assumere posture difensive non vuol dire aver capito, non vuol dire rispettare, non vuol dire amare, non vuol dire fidarsi, non vuol dire nemmeno avere imparato qualcosa: significa solo allontanarsi da un pericolo incombente rappresentato dall'umano con cui si dovrebbe convivere.

Se è questo il tipo di relazione che volete con il vostro micio, percuoterlo, intimidirlo e porvi su un piano conflittuale con lui è il modo migliore di ottenerla. Ma se desiderate un rapporto denso di fiducia, di complicità, di affetto ricambiato, in cui veramente la vita dell'uno possa essere una ricchezza per la vita dell'altro, ponetevi innanzitutto in ascolto, imparate a guardare il mondo con gli occhi di un gatto, fatevi da parte. Scoprirete che non ci sono regole e non ci sono confini alla profondità di un rapporto con un animale così straordinario e che i famigerati "no" secchi, i battiti di mani, gli spruzzini e tutti gli armamentari di cui ci corazziamo per evitare di comunicare con lui sono solo inutili orpelli alla nostra egocentricità di umani che pretendono di avere sempre tutto sotto controllo.