Avete nel cassetto dei racconti che parlino di gatti e desiderate che vengano pubblicati su Pet Ethology? Mandateli in formato .doc, .pdf, .txt o similari e sarò felice di farlo! Per motivi di spazio, devo chiedervi di non superare le 8000 battute (spazi inclusi).
Una fiducia perfetta
Fermo al rosso d'un semaforo, ripassò a mente la lista delle cose da fare prima di partire per le vacanze. Era tutto pronto, aveva pagato gli ultimi conti, terminato le consegne, comprato i biglietti e le guide turistiche. Rimaneva solo una cosa da sistemare, la più ostica: il gatto.
Era chiaro che non poteva portarselo dietro visto che pretendeva il massimo relax e disimpegno da queste vacanze. E poi, suvvia, non era il caso di procurare dello stress al gatto che certamente non avrebbe apprezzato il cambiamento. Dunque doveva restare.
Sì ma... dove?
Mentre ragionava cercava di schematizzare il più possibile la situazione, nella speranza che la soluzione gli apparisse improvvisamente chiara e inequivocabile.
Poteva affidarlo ad una pensione per animali oppure trovare il modo di farlo assistere in
casa. L'idea della pensione non era male ma non sapeva come vi venissero tenuti gli animali. E se avesse contratto qualche brutta malattia? Già da un pò di tempo soffriva di una leggera rinite che gli faceva respirare pesantemente procurandogli un leggero, buffo rantolio' gutturale, quando espirava. Chissà le spese veterinarie che avrebbe dovuto affrontare per curarlo, se fosse peggiorato in pensione! E comunque, chissà quanto gli sarebbe costata già di per se.
Poteva affidarsi ad una cat-sitter ma non si fidava. Poteva chiedere a qualche conoscente di farci una capatina una volta al giorno per riempire la ciotola. Ma c'era la lettiera da ripulire, magari uno dice ok ma nella pratica ha il disgusto ad occuparsi di quel tipo di cose e lui detestava chiedere favori che potessero ritenersi troppo impegnativi.
Avrebbe potuto chiedere a qualche anima pia di tenerlo nella propria casa fino al suo ritorno? Magari qualcuno che aveva avuto gatti. Ma anche in questo caso, se il gatto avesse fatto qualche danno nella casa che l'ospitava, se avesse tirato le tende, se avesse mandato in mille frantumi un vaso, se avesse rovistato nella dispensa, se avesse vomitato un bolo di pelo – che va raccolto - se, peggio, avesse marcato il territorio spruzzando i suoi umori magari sotto il letto proprio mentre ad occuparsene era un terzo?? No, no, non era il caso di incaricare nessuno.
Questa cosa del gatto stava diventando veramente antipatica. Gli balenò scacciandolo velocemente e vergognandosene persino, il pensiero che se in quel momento non ci fosse stato un gatto in casa, avrebbe potuto partire per le vacanze in estrema libertà.
Tra un'ipotesi e l'altra quasi raggiunse il parcheggio condominiale e parcheggiò l’auto. Salendo le scale di casa pensò divertito al cerimoniale a cui avrebbe assistito tra pochi minuti e a cui la sua quella palla di pelo lo aveva abituato: un vigoroso “Miao!”, a parafrasare un più umano ma altrettanto sentito e sincero “Ciao!” sin dal giro della chiave nella toppa e poi, subito all’apertura della porta, coda dritta e passo trotterellante verso la sua direzione .
Inserita la chiave, rimase un secondo immobile ad ascoltare. Silenzio. Strano, pensò.
Dorme ancora?
Facendosi largo nel corridoio muto, raggiunse l'interruttore.
CLICK.
C'era uno strano disordine, un disordine che non ricordava di aver lasciato e la temperatura usuale del monolocale era stata abbassata dall’aria fredda che dal balcone entrava per la porta a vetri spalancata. I cassetti, estratti dalla cassettiera, giacevano sul letto. Molte cose erano sparse in giro. Le ante dell'armadio erano semiaperte. Scacciò un sospetto furioso e si sforzò di ricordare se aveva lasciato tutto così. Infine realizzò: erano entrati i ladri! I ladri! E dov'era Gigolò? “Gigolò! Gigolò! Vieni!”. Nessuna risposta. Sapeva che non potevano aver portato via nulla di importante visto che non possedeva oggetti di valore in casa. Ma possedeva Gigolò e Gigolò non rispondeva.
“Gigolò!”. Sentì il sangue precipitarsi in testa. Confusamente, affannosamente si guardò attorno.
“Gigolò!”. Nessuna risposta. Un nodo gli serrò la gola ma lo spinse via ricacciandovi la voglia di piangere. Dover restare lucido. Cercò di riflettere: magari è scappato e si è nascosto ed ora è troppo spaventato per venir fuori.
Dove si nasconde di solito Gigolò? Sotto il letto. Nessuno. Sotto il mobile della cucina. Nessuno. Dietro il frigorifero. Nessuno. Sul balcone. Nessuno. Il panico divenne prorompente. Coi goccioloni agli occhi si precipitò fuori, nel cortile condominiale. Se Gigolò aveva tentato la fuga durante l'irruzione, magari era ancora nei paraggi. Chiamò forte ma con la voce ormai rotta dal pianto. Il suo muso furbo e intelligente gli esplodeva nel cervello e avrebbe dato chissà cosa per vederselo apparire davanti in quel momento. Cosa avrebbe dato per toccarlo, per rivedere lì, in quel momento, il cespuglio di ciuffetti bianchi che partivano dall'interno delle orecchie e gli davano un aspetto da piccola lince, gli occhioni neri e grandi nella melodrammatica richiesta di un tozzo di leccornia in più, il pelo morbido e caldo che gli si appallottolava sul petto la sera mentre lui guardava la TV. La voce di Gigolò, cosa avrebbe dato per sentire risuonare quella voce che non ritornava.
Fece per rientrare in casa e sulle scale incrociò i condomini del piano di sopra. Magari loro l’hanno visto, magari si sono accorti di qualcosa? Ma non ebbe la forza di fare alcuna domanda, vinto dalla certezza di scoppiare in un pianto inarrestabile se solo avesse provato ad ammettere a voce alta, con se stesso e con altri, “Gigolò e’ scomparso”. Con la mente offuscata dal totale spavento ipotizzò anche che forse i ladri, accorgendosi della bellezza del gatto e scambiandolo per un norvegese di razza pura, se ne fossero impossessati per tenerlo con loro. Non sapeva più cosa pensare mentre un senso profondo di rimorso gli serrava la gola all’idea di quel quasi fastidio provato solo pochi minuti prima per la difficoltà di decidere come “sistemare” Gigolò per le vacanze.
All'improvviso, risalendo le scale, rivide la scena iniziale: lui davanti alla porta, l'attesa di un attimo, la chiave che si gira, il CLICK in corridoio. La porta dunque non era stata forzata. Era rimasta chiusa per tutto il tempo. Tanto vero che la porta del balcone l’aveva trovata spalancata per cui i ladri dovevano essere entrati da lì. Quindi Gigolò non poteva essere fuggito fuori. Doveva essere ancora dentro casa!!
Un nuovo impeto lo fece precipitare di nuovo all'interno e con rinnovato coraggio si impose di calmarsi e di iniziare a guardarsi attorno sistematicamente e con la massima lucidità.
Iniziò dal bagno. Mentre perlustrava con gli occhi la stanza gli sembrò di sentire un rumore. Pietrificò. Ancora il rumore. Trattenne il fiato. Avvertì un sibilo. Un leggero graffio nell'aria, un soffio quasi impercettibile. NO! Un rantolio! Si voltò di scatto. Non era un sibilo e non era un soffio ma il respiro rumoroso di Gigolò, gatto con la rinite, la cui coda spuntava appena da sotto il mobiletto del bagno.
Gli occhi di Gigolò sono rotondi e grandi e in condizioni di luce carente diventano due perle nerissime che si accendono al buio per restituire la luce imprigionatavi durante il giorno. Gigolò dorme ora sul ventre di lui, pancia piena e rantolio sempre udibile ma leggero. Che paura Gigolò, che panico l’idea di non poterti più tenere così, caldo, piccolo, peloso, addormentato su di me in una fiducia perfetta.



