Storia di Tao, birmano da negozio... a lieto fine

Sempre più spesso le cronache ci raccontano di cuccioli venduti nei negozi di animali provenienti da loschi traffici est-europei, animali che affrontano viaggi di migliaia di chilometri ammassati in minuscole gabbie dove taluni cessano persino di vivere, altri arrivano nel nostro Paese in condizioni di salute precarissime, per poi cedere all’abbraccio della morte da lì a pochi mesi.
Allo scopo di sensibilizzare le persone a non finanziare questi traffici e, quindi, a monte, di rifiutarsi d’acquistare cuccioli dai negozi, pubblico con piacere la storia di Tao, una testimonianza sconcertante ma veritiera di chi ha toccato con mano il dolore di veder sopraffatto dalla malattia il proprio cucciolino, dopo averlo acquistato con il cuore colmo di buone intenzioni.

di Barbara Bazzotti

Tao non miagola mai. Tao ti guarda fisso negli occhi e quello sguardo malinconico ti penetra sotto la pelle, fin dentro le ossa: ti smuove le emozioni più nascoste ed è così che lui ti racconta la sua storia.
Di Tao sappiamo solo che – forse – è nato il 24 aprile 2008, almeno così dice il suo libretto sanitario. Ha il pelo bianco, soffice e setoso come i gatti Sacri di Birmania, due occhioni azzurro-cielo e i point (le orecchie, le zampe, la coda e il musetto) di un bel grigio argentato, “blu”, come dicono gli esperti. Prima di quel giorno di luglio quando la mia amica Silvia incrociò i suoi grandi occhi ovali in una gabbia posta nella vetrina di un negozio, però, è il buio.
Posso solo immaginarmelo, ora che mi sono informata, ma preferisco scacciarne il pensiero insopportabile, dopo aver letto dei traffici illegali, delle fattrici denutrite e sfinite dai ripetuti parti, dei cuccioli sottoalimentati per sembrare piccoli il più a lungo possibile, svezzati a forza a pochi giorni di vita – la gente li richiede così, con l’idea del tutto infondata che si affezionino di più se comprati piccolissimi – e dei lunghi viaggi ammassati in gabbie strette, durante i quali la mortalità tocca anche il 70-80% …
Silvia mi ha detto di aver visto per giorni Tao in quella vetrina, ancora piccolissimo, con due fratellini… Aveva osservato dal vetro la piccola gabbia dove, senza neanche un tappetino, accucciati sul nudo metallo chiazzato da frettolose pulizie, in mezzo a sbarre semiossidate e con accanto una sabbiera lurida, stavano i tre piccoli. Due avevano gli occhi rossi e purulenti, Tao, no, lui sembrava solo spaventato. Dopo una settimana c’era rimasto solo Tao. E la guardava silente, al solito, accucciato in un angolo. Non osiamo pensare che fine abbiano fatto i due malati.
Il negoziante lo aveva lodato da buon imbonitore, dicendo che era un magnifico esemplare di birmano di razza pura, sano e già sverminato. Poi aveva messo Tao in braccio a Silvia e lei di fronte a quel batuffolo di pelo bianco si era arresa: aveva pagato 300€ pur di portarlo via da lì. “Sto diventando matto a vendere un gattino da esposizione a questo prezzo! Solo perché siamo d’estate e si vende poco! Prima di Natale comunque ne avrò una quindicina, se vuoi anche la femmina, ripassa… Però il pedigree per questa cifra non posso proprio dartelo!” aveva detto il commerciante “I pedigree costano, ci vogliono almeno altri 200 euro… ma tanto che te ne fai? E’ solo un pezzo di carta, non serve mica a nulla…”.
Infame… Silvia ed io sappiamo, adesso, che il pedigree non supera i 25-30€ di costo ed è importante dato che è l’unico documento che attesta che un gatto è veramente di razza, oltre a indicare le linee genetiche e gli allevamenti di provenienza del gatto e dei suoi avi, cioè la sua “storia”.
È a questo punto che Tao è entrato nella mia vita. Silvia stava traslocando in un’altra città e ha chiesto a me di tenerglielo. Era il primo birmano che vedevo in vita mia e sono rimasta affascinata. Tao dapprima era intimorito, abituato alle ristrettezze della gabbia, si muoveva poco e con cautela, ma dopo poco aveva preso confidenza con la casa e nel giro di pochi giorni era diventato un adorabile giocherellone, tenero e coccolone e mi aveva subito educato a ospitarlo, la notte, nel mio letto.

Ma appena pochi giorni dopo che era entrato a far parte della mia famiglia era iniziato il calvario.
Allora me ne intendevo pochissimo di gatti – da allora ho studiato molto per aiutarlo e per capire – e non mi ero accorta di quanto fosse malato. La stessa infezione agli occhi dei fratellini era subito apparsa anche a lui. E non solo. L’elenco delle malattie, parassiti, malformazioni, allergie che gli abbiamo trovato addosso è una lunga lista nera che parla di pessime condizioni igieniche nelle quali è stato tenuto, di denutrizione e maltrattamenti, di allontanamento precoce dalla madre oltre che di nascita – per una razza geneticamente tanto delicata! – fatta senza alcun criterio di selezione al solo scopo di avere cuccioli da vendere a caro prezzo. Dalle svariate analisi delle feci, del sangue e dai sintomi che Tao di volta in volta manifestava, gli abbiamo trovato di tutto: dalle pulci – ai cui morsi è allergico e gli causano perdita di pelo a chiazze – agli ascaridi, dalla clamidia ai coccidi, dalla giardia all’intolleranza alimentare, da una grave forma di otite alla tracheite cronica, dall’herpes a un grave ritardo nella crescita (a sette mesi pesava un chilo e mezzo!) per non parlare dei difetti “estetici” –almeno questi non pericolosi per la salute – come il nodo alla coda, un leggero strabismo, macchie bianche e asimmetrie dei guantini. Altro che “sano e sverminato esemplare da esposizione”…
Nei primi quattro mesi che è stato con me ha preso ben cinque volte gli antibiotici e una serie infinita di medicine che gli davo due o tre volte al giorno. Mangiava poco, anche un difetto alla mandibola gli faceva strisciare i denti e gli impediva di masticare, ho anche dovuto nutrirlo con brodini iniettati a forza in bocca.
Sfinito da vomito e diarrea, piagato a sangue sotto la coda, indebolito e disidratato, è arrivato al punto di non riuscire più a reagire alle medicine e lo abbiamo dovuto ricoverare presso l’ambulatorio veterinario dove è stato subito attaccato a due flebo, una per zampa. Ho temuto il peggio. Sono stata malissimo al pensiero di quanto soffrisse, non dormivo la notte, mi rivedevo i suoi occhi imploranti: era terribile averlo dovuto rimettere in una gabbia, lontano da casa sua, anche se due veterinari si sono prodigati a curarlo.

Se poi tocchiamo il capitolo spese, è stato un salasso: dopo circa tre mesi ero arrivata, fra cibo speciale, visite, analisi e medicine di ogni genere, ad averci rimesso quasi uno stipendio intero, che aggiunto ai 300€ pagati da Silvia fa una cifra assurda con cui avrei potuto comprare ben più di un “vero” cucciolo di razza, se volevo, ma anche sfamare per molti mesi chissà quanti mici di un gattile… Con Silvia ci siamo anche informate per rifarci legalmente nei confronti di quel negozio: si entra però in un assurdo ginepraio che non porta a nulla, dato che non ci sono leggi precise di tutela e chi ti vende i cuccioli sa bene come raggirarti e far sì che non si possa provare che è lui ad averti venduto quel cucciolo, pagato ingenuamente in contanti, che non ha nome né tracce dietro di sé (non ha pedigree né passaggio di proprietà. Ecco perché…)
Ma almeno adesso so che, in fondo, siamo stati fortunati, lui ed io. Molte altre storie come la sua si sono concluse tragicamente, invece Tao ora sta bene. Piano piano si è ripreso, ha superato tutto e ora, a quasi 10 mesi, pesa 3kg e 700.
E’ un magnifico e affettuosissimo gattone con un che di malinconico nello sguardo.
Morale di questa storia, non si comprano cuccioli nei negozi, Silvia ed io avremmo dovuto saperlo. Tanto meno per pietà. E’ dura, ma bisogna resistere, in attesa di una legge che impedisca questo lurido commercio: riflettiamo sul fatto che ogni cucciolo che compriamo sarà sostituito da un’altra povera creatura e il circolo vizioso della loro e della nostra sofferenza non si spezzerà mai, mentre i loro aguzzini arricchiranno ridendo della nostra ingenuità. A Tao forse abbiamo evitato di finire male, gli abbiamo dato una casa dove vivere sereno e questo sembra una cosa buona, ma rabbrividisco all’idea che al suo posto, là in quella gabbia, ci sia sicuramente un altro cucciolo con negli occhi quella stessa disperazione senza voce a cui noi abbiamo contribuito, comprando Tao e incrementando questa infamità.
Amare gli animali significa anche evitare assolutamente i negozi che li vendono, ormai non mi stanco più di ripeterlo.
E ho Tao in braccio a ricordarmelo ogni giorno, mentre mi racconta, coi suoi occhi dolci e malinconici, la sua storia.